STORIE D’ESTATE: la partita di calcio in spiaggia.

calcio

Estate, caldo, spiaggia affollatissima.

Cricca di ragazzini pieni di vita, ormoni a palla, che organizza la finale di Champions League in mezzo agli ombrelloni e agli asciugamenti degli altri felicissimi bagnanti.

I due capitani, quelli che picchiano più degli altri, formano le squadre. Due infraschizzo e due tubi di ombrellone come pali, un tango come pallone, in modo che, al primo stop o tiro, il pallone prenda traiettorie random alla Holly e Benji.

Tracciano le linee del campo, dritte come il naso di Chiellini dopo il consueto scontro di gioco, arbitra nessuno, come sempre, perché tutto é concesso: calci, pugni, schiaffi, sgambetti, bestemmie.

Iniziano, litigano, corrono, sudano, urlano, segnano, esultano, sbordano, sollevano sabbia, sporcano asciugamani, sputano, distruggono ombrelloni, ruttano, rovinano pennichelle, generano bestemmie.

Puzzano di ascelle, birre del discount, fogna ed ormoni, si falciano, compiono placcaggi, rovesciate, tacchi, gomitate, vecchiette, falli da dietro, gambe tese.

Non pensano a nulla, inseguono il pallone che cambia traiettoria nell’irregolarità della sabbia che nasconde cicche, plastica, vetro, pezzi di legno, spine, stecche di gelato e pietre, anche appuntite.

Un ragazzo, solo davanti il portiere, carica il tiro e “AHIIII”, a terra: falciato da dietro dal cattivone di turno, calcio di rigore, per forza.

Nessuna polemica, il fallo é evidente, il ragazzo non può più camminare, é a terra, dolorante. La sua Estate é finita oggi.

La signora dell’ombrellone accanto sorride e senza farsi vedere sussurra al proprio marito: “CHE PECCATO GUARDA “.

Nessuno si avvicina a soccorrerlo, NESSUNO.

Ma la partita continua, c’è la birra al chiosco, quella di marca, in palio.

Il ragazzo più grande e cattivo di tutti si incarica di battere il rigore, si impone con la forza, spingendo i compagni e nessuno si permette di contraddirlo.

Il suo cervello elabora un solo dato: TIRARE FORTE, FORTISSIMO.

Vuole solo segnare, tirare con tutta la propria potenza e fare MOLTO rumore.

Non gli importa di nulla: non gli importa se, una volta colpito il pallone con tutta la propria forza, quest’ultimo possa finire in faccia ad un bambino o nei testicoli del bagnino o sul naso di una ragazza dal viso assai carino.

Vuole solo il goal, per poter esultare facendo il “gancio più dito medio” al portiere, urlare a squarciagola, correre dove cazzo capita e sporcare tutti gli asciugamani possibili.

Si prepara, guarda il pallone, prende la rincorsa, pensa al ragazzo che gli ha rubato la ex fidanzatina storica, si incazza, carica il tiro con tutta la potenza che ha a disposizione e………………………… SBBBBBBAAAAAAAAAAAMMM….. “AHIIIIIIIIII AHIIIIIIIIIIII AHIIIIIIIIIII AHIIIIIIII”.

Il ragazzo si accascia a terra, perde sangue, vistosamente.

Il portiere si avvicina sul punto in cui é stato battuto il rigore e sotto la sabbia nota una pietra, molto molto appuntita e tagliente.

Il ragazzo continua a perdere sangue, la gente lo guarda e ride ma nessuno si avvicina. Il sangue sgorga come un fiume.

Ad un certo punto si avvicina un vecchietto: baffi bianchi, pochi capelli bianchi e occhiali da vista colorati, forse un dottore.

“Sembra Gino Paoli” dice, ridendo, uno dei ragazzi.

Il vecchietto si avvicina al ragazzo più grande, più cattivo e più molesto di tutti, quello che sanguina e piange come una femminuccia.

Si avvicina, si inchina lentamente poggiando un ginocchio sulla sabbia, raschia la gola come se si stesse preparando a dire qualcosa di importante, lo guarda, sorride e ,con voce romantica, comincia a cantare:

“SAPORE DI SANGUEE… SAPORE DI MALEEE”.

Mancavano solamente tre ore e mezzo alle nozze di Kevin e Melissa.

wedding day

Avrebbero finalmente coronato il loro sogno d’amore dopo quindici anni di fidanzamento, tre di frequentazione e due di corteggiamento. Tutti i parenti di Kevin furono invitati ad alloggiare nella villa dei genitori di Melissa, compreso Tim , il fratello sordomuto di Kevin, che se ne stava seduto su una vecchia sedia a dondolo in rovere a leggere un libro sullo smaltimento dei rifiuti in Missouri. Ad un tratto Tim si alza e va a cercare il bagno. La casa, immensa, presentava un’infinità di porte. Pareva l’ospedale Saint Thomas di Wittlemore, in Alabama, cittadina di campagna che li aveva cullati e dove Tim era stato ricoverato per insufficienza di forfora. Tim apre una porta, poi due, poi tre, poi sette e, all’ottava, l’incredulità: Melissa, con la parte superiore dell’abito da sposa calato, il reggiseno sul pavimento, china sulle sue stesse ginocchia e, in piedi, Erik, migliore amico di Kevin, con la sua enorme e leggendaria anaconda libera dalla prigionia delle proprie mutande, sempre firmate. I due, presi dall’eccitazione, non si accorsero del piccolo Timmy (così veniva chiamato per la via della sua minuta stazza) e continuarono a peccare. Arrivarono le nozze e Tim, seduto sulla seconda panca della chiesetta Saint Lucas di Ustle, tremava come una foglia che, in Autunno, si sta per staccare dall’albero per via di un vento che annuncia inesorabilmente la fine della bella stagione e l’inizio di un freddo e buio inverno. Il reverendo Nelson, che celebrava il sacramento, ricordò i doveri del matrimonio, le responsabilità e l’importanza della fedeltà. Tim divideva i suoi sguardi tra Melissa e Kevin, per vedere quali fossero le loro reazioni alle parole del reverendo. Venne il momento cruciale e, dopo una predica durata ben venti minuti, Nelson pronunciò le fatidiche parole: “Se c’è qualcuno contrario a questo matrimonio, parli ora o taccia per sempre”. A quel punto Tim, che non aspettava altro, cercò di attirare l’attenzione su di sè mimando quello che, i due amanti, stavano facendo nel bagno del peccato. Il prete non si accorse di lui, gli sposi neanche e neppure tutti gli altri invitati. Solo la piccola Meredith, figlia di alcuni cugini di Melissa, si accorse di lui e comprese quel gesto. Si avvicinò, mise la sua manina nella tasca del suo vestitino a fiorellini e, guardandolo con dolcezza, gli porse un lecca lecca a forma di Minnie e gli disse “accalabba lecca lecca manciaaaaa Tibbyyyy”.